Aiutare l’altro: chi ne beneficia di più?



L’amore migliora sempre tutto.

Sappiamo che ci stiamo muovendo nella giusta direzione quando ci prendiamo cura di qualcuno e a nostra volta veniamo accuditi. Quando vogliamo bene e ci sentiamo a nostra volta amati. Quando il nostro impegno nel migliorare la vita di qualcuno migliora anche la nostra. Capiamo che quello è un amore benefico, ricco di opportunità e felicità.

Immaginate di essere in un momento difficile della vostra vita- Un momento in cui vi è negata la libertà di muovervi. O di fare quello che vi piace e di frequentare persone e luoghi che vi piacciono. Immaginate poi, di stare la maggior parte del tempo da soli. O in compagnia di persone che, come voi, hanno una limitazione della loro libertà. Avete orari precisi da rispettare, attività precise da svolgere, persone intorno poco stimolanti o che addirittura vi spaventano.

Ora, immaginate che, all’improvviso, arrivi qualcuno e dia un senso al vostro tempo trascorso lì; qualcuno che vi dia qualcosa da fare e che casomai vi piace anche, che vi apporti benefici e risultati visibili, che vi rallegri e vi faccia sentire meno il peso della vostra condizione. Immaginiamo che questo “qualcosa da fare”, sia prendervi cura di qualun altro che, prima di incontrare voi, aveva i vostri stessi problemi. Immaginate di diventare per quell’individuo, la risoluzione della sua misera condizione ed immaginate che in questo processo di liberazione, nasca e fluisca amore.

Come vi sentite?

Prendersi cura di qualcuno che consideriamo più debole o bisognoso è ascritto nei nostri comportamenti più atavici di animali sociali.

aiutare

Per noi, è facile intuire cosa prova l’altro, che emozioni sente ed è automatico introiettare i sentimenti. Non possiamo non accorgerci della felicità o della sofferenza altrui. E siamo profondamente colpiti dalle emozioni! Quante volte avvertiamo così profondamente lo stato emotivo dell’altro fino a sentirlo anche noi come se ci appartenesse?

La sofferenza o la gioia altrui non ci è indifferente e molto spesso, dato che siamo la specie definita “supercollaborativa”, non possiamo proprio fare a meno di intervenire, e nel farlo, la natura ci ha donato la sensazione della gratificazione personale, allo scopo di rendere soddisfacente una buona azione anche per chi la compie, e non solo per chi ne riceve i benefici. Le specie sociali sono così. I soggetti si aiutano tra loro, si prendono cura l’uno dell’altro, empatizzano, amano, soffrono, si divertono e giocano. E, a volte, adottano individui di un’altra specie semplicemente perchè ne capiscono la difficoltà, e vogliono aiutarli (o non sopportano di vederne la sofferenza perchè fa male prima di tutto a loro. Ma in fondo, anche se ci fosse questa motivazione, l’importante è aiutare).

Se una persona in uno stato di negazione della libertà incontrasse qualcuno che, come lui, è parzialmente libero e iniziasse a prendersene cura. Se diventassero importanti l’uno per l’altro. Se si sentissero amati e facessero attività insieme per migliorare la sensazione (e lo stato) di benessere di entrambi.

Come si trasformerebbe la vita dei due nuovi amici?

I detenuti che fanno parte del progetto Canine CellMates, del carcere Fulton County Jail ad Atlanta, vengono istruiti ad educare cani di canili che successivamente verranno adottati da famiglie che ne faranno richiesta.

“Il programma è come un processo di guarigione”, dice il sergente Adams. “Quando gli uomini entrano a farne parte, non vogliono aprirsi. Ma i cani li aiutano a farlo”.

Per maggiori info: http://www.caninecellmates.org/



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