Empatia si, ma fino ad un certo punto! (collegamento tra migranti e animali)



Nello scorso articolo abbiamo trattato due argomenti un po’ particolari rispetto al focus di questo blog:

  • l’umano atteggiamento di diffidenza verso chi avvertiamo come “diverso”
  • l’esistenza o meno di un reale differenza genica tra un essere umano o l’altro

Ci siamo lasciati chiedendoci come mai una tematica così “umana” venisse trattata in un blog incentrato sulla relazione tra persone e animali.

In un momento storico in cui le volontà politiche ci vogliono spingere verso l’intolleranza, dobbiamo ricordare che la violenza genera violenza, l’odio genera odio, la disempatia porta a disempatia e così via.

Se abbiamo atteggiamenti di superiorità verso le persone, li avremo anche verso gli animali. Se non saremo in grado di accogliere i bisogni di un essere umano, non lo saremo neanche verso un animale.

L’altruismo, la cura, la gentilezza, l’amore, sono attitudini che possono essere coltivate in ogni situazione e che si autorigenerano ogni volta che osserviamo tramite la loro lente. Quando iniziamo a capire l’altro, a sentirlo come sentiamo noi stessi, tutto diventa chiaro come il sole: capiamo perché una persona o un animale compie un certo gesto, perché un individuo fa una scelta invece di un’altra, perché si arriva a certe soluzioni estreme.

empatia

Non sono più i miei bisogni individuali ad essere al centro della mia attenzione ma i bisogni dell’intero sistema armonico di cui faccio parte.

Non importa quante zampe abbia il nostro “altro”, se ha radici o piedi, se parla o muggisce.

L’occhio della cura non ha filtri, non si sofferma sulla forma e non ammette diversità: tutti meritano lo stesso amore e la stessa attenzione.

Quindi, l’empatia va allenata e non è settoriale. Non è possibile essere empatici verso una specie e disprezzarne un’altra. Se questo avviene, c’è qualcosa che non va, come abbiamo detto nell’articolo “crisi di coscienza”.



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