Proiezione mentale versus realtà: come un cane (Bulla) può distruggere una idea (mia)



Ricordo come ieri il giorno in cui adottai Bulla.

Aveva 4 mesi e mezzo, aveva vissuto in un allevamento abusivo di cani corso, chiusa in una gabbia insieme alla mamma. Ogni tanto insieme fuggivano e cacciavano conigli per poi tornare in gabbia, in una campagna sperduta nella zona alta di Napoli.

Venni a conoscenza di lei dall'”allevatore”, amico del mio ex compagno, il quale disse: “Mi è rimasto un ultimo cucciolo, un incrocio tra un Jack Russell Broken e un Bull Terrier. E’ completamente pazzo, posso darlo sono a qualcuno del mestiere, altrimenti la lascio in gabbia. E’ troppo fuori controllo“.

Il mio ex propose di andarla a conoscere, così, giusto per vedere di che si trattava. Io però ero ferrea: “Antò, non esiste proprio che adottiamo un altro cane, abbiamo già Mandorla che basta e avanza“. Certo, come no.

Appena la vidi non ci fu più nessuna ragione di tenerla lontana da me.

Antonio era un po’ scettico: “Ma sei sicura? Siamo nel bel mezzo della produzione di un documentario, non abbiamo tempo, poi c’è già Mandorla…”. Nella mia mente tutto questo corrispondeva a “bla bla bla“.

Decidemmo di prenderla, ma solo a fine documentario. Aspettai una settimana, la più lunga della mia vita. E poi, finalmente, l’andai a prendere. Ero con Mandorla, una amica, sua figlia e Ciro, il loro bassotto a pelo duro e la prima cosa che facemmo fu andare al bosco tutti insieme. Bulla fu bravissima, il mondo naturale e l’interazione con gli altri cani non sembravano essere un problema. E neanche la piccola cucciola umana sembrava esserlo.

Tornammo a casa, tutto sembrava perfetto.

Ma era una mera illusione. Bulla presto si è rivelata un diavoletto della Tazmania, l’immagine che più le si addiceva era proprio Taz, quell’animaletto rotante e distruttore dei cartoni animati: non sapeva aspettare neanche un secondo, immediatamente girava su sé stessa e si mordeva la coda. Tentava di uccidere i cani più piccoli di taglia di lei. Provammo a fare le classe di socializzazione: al secondo incontro i due Malamute si nascosero dietro le gambe dell’istruttore appena Bulla entrò in campo.

Pensavo fosse sorda: per i primi sei mesi non mi ha mai neanche guardata. Era furba e dispettosa: ogni occasione era perfetta per fuggire e fare esattamente quella cosa che io speravo ardentemente che non facesse. Era più veloce del mio pensiero, sembrava leggermi nella mente: “No Bulla, ti prego non fare…” ma niente, lei era già lì a fare marachelle.

Distruggeva tutto, saltava sui mobili, vessava Mandorla.

E infine, ciliegina sulla torta, inseguiva ed uccideva i gatti.

Il richiamo, ovviamente, non era altro che un suono privo di ogni significato. Cioè, un significato lo aveva, solo che a lei non interessava minimamente.

E così è stato per molto tempo, i primi due anni di Bulla sono stati molto dinamici. Io perso 12 chili tanto mi teneva in allenamento! Chiesi aiuto a molti professionisti che mi aiutarono davvero tanto ma la svolta la avemmo con la dottoressa Defliana Marolda e il suo Sulfur, rimedio omeopatico tipologico di Bulla.

Se dovessi descriverla in termini umani, Bulla sarebbe stata quella che va a tre su motorino (senza casco, ovvio!), seduta dietro a tutti con in mano una chiave per graffiare le macchine.

L’ho sempre vista così. Per anni e anni. Ad un certo punto però è cambiata. E’ diventata adulta. Più riflessiva, più pacata, meno socievole, più intensa nel rapporto d’amore con me.

Tutta la sua energia è diventata tenerezza. Ciò che provava aveva una consistenza densa ma gentile, il suo obiettivo era amare gli altri, prendersene cura e farsi amare. Nulla più.

E così, mi sono ritrovata mille volte a sorprendermi: non uccide più i gatti; non corre più dietro ai palloni per bucarli; non è più impaziente; non rincorre più la coda; con gli altri cani è una maestra saggia e gentile ed interviene solo quando è strettamente necessario. Ora mi guarda negli occhi così profondamente da togliermi il fiato.

Mi dice, con quei suoi occhi meravigliosi e neri, che ha bisogno di me, che è fragile, che tutto ciò che sogna è stare dentro il mio cuore, per tutto il tempo che ci resta.

Mi sono trovata a dover disintegrare l’immagine che avevo di lei per osservare una nuova Bulla. Ho dovuto scardinare ogni convinzione, ogni certezza, ogni dato certo per poter accogliere la nuova lei. La nuova meravigliosa, delicata, fiduciosa Bulla.

E infine, mi sono chiesta: e se fossi anche io ingabbiata in una immagine di me che non mi appartiene più? E se dovessi anche io liberarmi della mia vecchia me per dare spazio ad una più consapevole, più accogliente e più femminile?

Quanto sono schiava della mia immagine pregressa? Quanto la mia irruenza, velocità e aggressività del passato mi caratterizzano ancora? E quanto invece oggi sono come lei, delicata e fragile?

Non c’è niente da fare, questa storia che Bulla è il mio specchio e la mia guida è un dato di fatto.



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