“L’empatia richiede consapevolezza degli altri e sensibilità per i loro bisogni.”

Frans de Waal

“Novembre. Piove a dirotto ed inizia a fare davvero freddo. Marco è stanco, ha lavorato tanto e i suoi riflessi non sono molto pronti. E’ in campagna, è buio pesto e guida per inerzia. Il paesaggio scorre tutto uguale, quella strada la conosce a memoria. Gli occhi si chiudono di tanto in tanto, sotto il peso di una abitudine decennale.

D’un tratto, sente un colpo sul parabrezza della macchina. È un colpo sordo. Marco si spaventa, inchioda. Scende dalla macchina facendosi luce con la torcia del suo IPhone. Dopo qualche secondo di ricerca trova a terra un corpo piccolo, stordito, che a stento si muove. È un uccellino, grande come una mela. “Solo uno stupido uccello. Non valeva manco la pena di prendersi tutta quest’acqua. Stramaledetto uccellaccio”. Risale in macchina, riaccende il motore e riparte.

Intanto, l’uccellino lentamente si spegne. Al freddo. Sotto la rabbia e la stanchezza di Marco. Sotto l’indifferenza.

Sotto la pioggia di novembre.

Improvvisamente però, si vede arrivare da lontano un altro uccello, emette dei suoni, sembra cercare qualcuno. Cerca, cerca tanto, disperatamente, ma non ottiene risposta. E mentre vola basso, d’un tratto vede qualcosa. Il suo cuore accelera i battiti e una grande paura lo pervade. Si avvicina al corpo dell’uccellino in cui la vita ormai non scorre più e in un attimo il dolore la pervade. Lei, la madre, mai si sarebbe aspettata di vedere suo figlio morire. Lo becca, tenta di muoverlo, nella vana speranza che la vita si riaccenda. Aspetta il tempo necessario per accettare questa fine, per sentire il dolore della perdita. Per poi volare via, distrutta, lontana da ciò che ha sempre amato e protetto.”

Meno male che questa è solo una storia inventata, forse un po’ romanzata, umanizzata, della morte di uno stupido uccello.

O forse no?

E se davvero questi animali provassero una tale empatia da soffrire realmente per ciò che accade agli altri? E se davvero amassero, si arrabbiassero, provassero nostalgia, solitudine, paura, ansia, angoscia? E se davvero sentissero la sofferenza dell’altro dentro loro stessi, come se la stessero vivendo in prima persona?

Vi racconto un paio di storie, stavolta reali.

La prima è tratta dalle pagine di un libro chiamato “il bonobo e l’ateo” di Frans de Waal, primatologo ed etologo di fama mondiale. Scrive:

“Se un uccello si confronta con un altro in un combattimento, il cuore del suo partner comincia a correre. Anche se il partner non è minimamente coinvolto in tale lotta, il suo cuore manifesta preoccupazione. Anche gli uccelli percepiscono empaticamente l’uno il dolore dell’altro”.

Capito com’è la storia? Il secondo uccello, “il partner”, non centra nulla con la lotta, eppure il suo cuore impazzisce di preoccupazione per ciò che sta accadendo all’altro. Lui non corre alcun pericolo ma la sua metà, l’individuo a cui offre tenerezza e amore (espresse con comportamenti specie specifici differenti dai nostri comportamenti di cura), è in pericolo per davvero. E così, ha paura.

E che dire delle cure parentali? Se non ci fosse empatia, i richiami dei cuccioli nei confronti delle mamme sarebbero inascoltati. La mamma accorre subito quando un cucciolo chiama perché riconosce la paura e lo smarrimento che affligge il suo piccolo. Immediatamente, con il ricongiungimento, tali emozioni cessano. Anche noi persone siamo così: se piange un cucciolo, di qualsiasi specie, ci si stringe il cuore e cerchiamo di alleviare tale sofferenza in tanti modi diversi.

E poi, c’è quel terribile studio dello psicologo e ricercatore Russel Church, della Brown University.

Russel ha preso due topi, che chiameremo Gennaro e Pasquale, e li ha messi in due gabbie diverse.

Gennaro sa che per avere del cibo deve premere una leva. Però sa anche che, se preme quella leva, Pasquale riceverà una potente scossa elettrica.

Gennaro ha una fame incredibile, sono giorni che vorrebbe tanto mangiare, ma non ce la fa proprio a pensare che per stare bene lui, Pasquale deve soffrire come un pazzo.

E allora, Gennaro quella leva non la schiaccia. Passano ore. E passano giorni. Gennaro, alla fine, decide che la sua vita non vale la sofferenza di Pasquale. Così, si lascia morire di fame.

Gennaro non sa che lui è solo l’ultimo di una infinita serie di topolini che si è lasciato morire di fame pur di non far soffrire il Pasquale di turno.

L’empatia nel mondo animale è un dato conclamato, le neuroscienze ci confermano l’esistenza di circuiti cerebrali atti alla percezione delle emozioni e delle intenzioni altrui.

Gli animali insomma, tra loro si capiscono benissimo.

Ma cosa succede quando avviene una comunicazione tra due individui di due specie diverse? Siamo davvero sicuri che si capiscano?

Ne parliamo nel prossimo articolo, mercoledì prossimo!