Il mio cane si sente in colpa!



La settimana scorsa ho avuto uno scambio di idee molto interessante con un signore, compagno umanodi un cane.

Mi ha raccontato che la cagnolina di famiglia non faceva i bisogni fuori casa.

Dopo aver chiacchierato un po’, usciamo per una passeggiata. Da subito la conversazione di rivela brillante. Lui è un uomo colto e si è già fatto una idea un po’ su tutto.

Mi dice che il cane è gestito per lo più dalla figlia che era assente in quell’incontro. Io chiedo quindi se la figlia e disposta a cambiare un po’ abitudini e seguire delle regole.

Lui mi dice:
-“Mia figlia è dell’idea che al cane non servi uno psicologo. E su questo non posso darle torto. Ci sono molte donne che non possono avere figli e attribuiscono al cane cose che non gli appartengono. vengono fin troppo umanizzati”.
– “Beh”, rispondo, “non si tratta di essere uno psicologo dei cani né di umanizzarli, si tratta di capire cosa provano.”
– “Eh no, è già dal principio che non va il discorso. Già quando mettiamo loro la pettorina, li stiamo umanizzando.” lui ribatte.
A quel punto, ho iniziato a chiedermi se mettere una pettorina ad un cane possa essere definita antroporfismo o meno. No, mi sono e gli ho detto.

Non è umanizzazione, è solo un punto di incontro tra due animali che hanno esigenze e cognizioni diverse.

Cercare una mediazione, gli ho detto, non vuol dire umanizzare. Ma lui aveva già smesso di ascoltarmi. Io però, ero entrata nel loop del umanizzazione-comprensione-umanizzazione-comprensione  e come un disco rotto non riuscivo a pensare ad altro.

Allora, una volta a casa, anche senza che me ne accorgessi, il mio cervello ha iniziato ad elaborare una riflessione al riguardo.

Antropomorfismo vuol dire “tendenza ad attribuire caratteristiche fisiche o psicologiche umane a esseri diversi dall’uomo”. Comprensione vuol dire “capacità di valutare, di accettare le ragioni altrui”. Sono quindi due cose ben diverse. E soprattutto, la pettorina  in questa cosa non centra proprio nulla.

Avere la capacità di osservare e interpretare correttamente i comportamenti che raccontano di un animale non umano non vuol dire antropomorfizzarlo. Vuol dire capirlo. E non bisogna aver paura di dire che secondo noi il nostro gatto è triste, arrabbiato o felice. Perché davvero può esserlo.

Non lo stiamo umanizzando.

Stiamo riconoscendo la sua capacità di provare emozioni.

Differente è dire “Ogni volta che lo lascio solo a casa fa la pipì dentro! Lo fa per dispetto! Lo sa che sbaglia perché quando torno mi fa una faccia come se volesse chiedere scusa!“. Ecco, questa è una umanizzazione, ovvero una interpretazione di una serie di comportamenti di una specie diversa dalla nostra, interpretati tramite un linguaggio emotivo appartenente alla nostra specie.

Dispetto e senso di colpa sono emozioni tutte umane che mai si ritrovano in altre specie. Una corretta interpretazione potrebbe essere: prova disagio, è in difficoltà nello stare solo in casa quindi fa pipì e visto che viene sgridato ogni volta che il proprietario rientra dalla porta e questo sicuramente non è piacevole, ha una postura che racconta cosa pensa (“Ho paura!“oppure “Proviamo a calmare l’ira funesta del mio amico umano“)

C’è quindi un confine sottile tra umanizzare e comprendere. E c’è differenza tra preconcetto e corretta interpretazione delle emozioni. Forse quando ci viene detto che stiamo umanizzando troppo, si tenta di aumentare sempre più quel gap tra noi e gli animali che oggi, grazie all’aumento di una consapevolezza generale e alla ricerca scientifica, tende ormai ad essere sempre più breve.



3 risposte a “Il mio cane si sente in colpa!”

  1. Stefano ha detto:

    Brava, Fede, un conto è osservare e un conto è interpretare. L’interpretazione è soggettiva, l’osservazione e’ oggettiva. Riconoscere la differenza determina il punto di percezione della realtà e tutto quello che ne consegue. Articolo molto bello!!!

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